Sono partiti sabato 26 marzo i lavori dei laboratori di regia e di produzione della XIII edizione del Bari International Film&TV Festival condotti da Roberto Faenza e Elda Ferri. I laboratori vedranno quasi cinquanta appassionati di cinema e addetti ai lavori confrontarsi, per sette pomeriggi, su questioni tecniche e artistiche relative alla produzione di un film o di una serie, di fiction o documentario. Come è cambiato il modo di fare cinema? Come portare in pubblico nelle sale? Quali prospettive per il futuro? Che strade tracciare affinché la Settima Arte e il bisogno di raccontare non restino impantanati nelle cattive pratiche o nelle difficoltà dovute a fattori esogeni ed endogeni? Questi e tanti altri quesiti saranno i punti di partenza per incontri-confronti che hanno tutta la volontà di essere utili nel senso pratico del termine, con l’intento se non di trovare nelle risposte, almeno di capire come costruirle o dove cercarle.

I laboratori del Bifest sono da sempre la conferma che il Festival di Cinema barese non è solo una programmazione di film ed eventi che lo spettatore accoglie in maniera passiva ma anche un terreno di incontro aperto a proposte attive e che prende in seria considerazione i fermenti creativi e produttivi del territorio.

Il regista Roberto Faenza sarà al Bifest anche per presentare il suo ultimo film, Hill of Vision, in anteprima internazionale al Teatro Petruzzelli. Il film racconta l’avventurosa vita di Mario Capecchi, Premio Nobel per la Medicina nel 2007. Il piccolo Mario trascorre l’infanzia per strada vivendo di espedienti durante la Seconda Guerra Mondiale. Finita la guerra, lui e la madre miracolosamente si ritrovano e ricominciano una nuova vita in America, presso la comunità Quacchera ‘Hill of Vision’. Mario non riesce a inserirsi nel nuovo contesto di normalità, fino a quando non scopre, grazie allo zio scienziato, la passione per la scienza.

«Per quindici anni abbiamo lavorato a questo film – racconta Faenza- da quando io e Elda Ferri abbiamo appreso della vita di Mario Capecchi, premio Nobel per la Medicina. La cosa che più mi ha affascinato di questa impresa è stata l’idea di dovermi cimentare con la psicologia di Mario in quell’arco di tempo che va dai 4 agli 11 anni, il periodo che intendevamo raccontare. Come ha potuto quel bambino superare la fame, la povertà, l’abbandono prima della madre e poi del padre? Come è riuscito, partendo da una condizione di vita a dir poco impossibile, ad affrontare il passaggio dall’Italia all’America, da una lingua all’altra, dall’analfabetismo alla scienza? Ho sempre avvertito il fascino della psicologia infantile».